31^ FESCAAAL - Day #07 - "THE GRAVEDIGGER’S WIFE"

Aggiornamento: 8 mag

Ieri, giovedì 5 maggio ci sono state regalate visioni imperdibili: dai cortometraggi, ai lungometraggi, per concludere con gli Extr'A..

Sono usciti in sala Nous, étudiants! di Rafiki Fariala, El árbol rojo di Joan Gómez Endara e Children of the Mist di Diem Ha Le, del "concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo".

Come da tradizione, ogni lungometraggio è stato preceduto da uno dei cortometraggi del Concorso Cortometraggi Africani.

Del "concorso Extr'A" è stato proiettato Rue Garibaldi di Federico Francioni e The Nightwalk di Adriano Valerio, selezionati anche dal Naga, per approfondire il tema delle migrazioni.

Durante il consueto appuntamento all'Ora del Tè al Wanted Clan si è incontrato fisicamente Davide Marchesi, regista di "America non c'è", e in collegamento streaming Carlo Francisco Manatad, regista di "Whether the weather is fine", e Antonio Spanò, regista di "Amuka". La nostra Carlotta ha visto per noi "The Gravedigger's Wife", film in concorso nella sezione "finestre sul mondo".

Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo "THE GRAVEDIGGER’S WIFE"

Khadar Ayderus Ahmed (“Yövaras”, The Killing of Cahceravga”), presenta il film The Gravedigger’s wife, premiato come miglior film dall’African Movie Academy Awards e premiato anche al Toronto International Film Festival, alla 31° edizione del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina.


Ambientata nel Gibuti, la storia gira attorno alla famiglia di Guled (Omar Abdi) e Nasra (Yasmin Warsame). Marito e moglie conducono una vita semplice, vivono nella periferia della città, in una zona particolarmente povera, ma senza alcun tipo di rimpianto. Ripudiati dalle famiglie, che non accettavano la loro unione, si sono dati alla fuga, si sono sposati e si sono costruiti la loro piccola famiglia.

Nasra è una donna fuori dal comune, almeno per la tradizione africana: energica, determinata, sognatrice. Il suo desiderio è quello di lavorare per poter mandare il figlio nelle migliori scuole e per poter viaggiare insieme al marito. Guled è un uomo calmo, tranquillo, che svolge un lavoro delicato e faticoso: il becchino. Ogni giorno, lui e i suoi compagni vigilano l’ospedale in attesa di un lutto, per poter garantire una rapida sepoltura, così come richiede la tradizione islamica. Il suo è decisamente un lavoro essenziale, ma che non paga molto.

L’equilibrio della famiglia è scombussolato da una terribile notizia: Nasra è gravemente malata e necessita di un intervento. Nonostante la forza di volontà della moglie, tutto ricade sulle spalle di Guled, che deciderà di affrontare un faticoso viaggio per salvare la moglie.

“The Gravedigger’s wife” è il racconto di una storia d’amore toccante, che il regista utilizza per parlare di temi importanti: la crisi sanitaria dell’africa, la povertà di un intero continente, la della famiglia, che disconosce e ripudia chiunque se ne distacchi. Il film non insiste troppo su nessuno di questi elementi, che sono inseriti abilmente nella trama, e decide di non giudicare, ma di riportare una vicenda che ha una valenza anche nella realtà. Lo spettatore è libero di prendere una posizione.

È impossibile, tuttavia, non rimanere coinvolti. Il regista, in questo caso anche sceneggiatore, riesce a creare una tensione palpabile a un certo punto del racconto, dove degli eventi apparentemente insignificanti narrati in precedenza assumono un valore essenziale. Il figlio di Guled e Nasra affronta un cambiamento decisivo, scandito dal ticchettio di una scadenza che potrebbe rivelarsi fatale.


Durante il viaggio di Guled, ripreso magistralmente attraverso dei campi lunghi, i paesaggi desertici e ostili diventano antagonisti, insieme alla malattia di Nasra. E il contrasto tra il moderno e la tradizione diventa anche visivo.


“The Gravedigger’s wife” si dimostra un film minimalista nel dialogo e nella messa in scena, che rispetta e tramanda tutta la cultura africana: dall’azione alla soluzione, dalla musica ai desideri dei personaggi. Grazie al tocco di Ahmed, il film che sfida apertamente lo sguardo tradizionale dell’Europa sull’Africa.


di Carlotta Pinto


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